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Cinzia Baldazzi su Le scale del tempo di Mapi

Il mio intervento è innanzitutto un omaggio alle Marche, terra della casa editrice Le Mezzelane. E un tributo alla poetica sul dolore e l’amore, sul male e la solidarietà. Infatti, parleremo dell’antologia di Mapi a proposito di qualche corrispondenza che il suo repertorio, su un tale terreno semantico, può suggerire con la poesia di Giacomo Leopardi.

Grandissimo autore dell’angoscia, della battaglia antagonista alla natura fisica (assai poco benevola con lui), sostenitore fino agli ultimi giorni della potenza dell’amore a dispetto delle forze maligne. Già da ragazzo, sembra abbia sofferto del morbo di Pott, una tubercolosi extrapolmonare localizzata nelle vertebre della colonna, capace di distruggere in via progressiva i tessuti invertebrali riducendone sempre di più la distanza.

Oggi, grazie ai vaccini, la patologia si manifesta di rado nei paesi industrializzati: ma nel primo Ottocento leopardiano non era così. La malattia tormentò il nostro poeta, procurando anche l’insorgenza di una gobba, e lo accompagnò fino alla morte: dovuta, pare, a idropisia polmonare, comunque aggravata dai problemi respiratori causati dalla deformazione cronica della colonna.

Un anno prima, in una villetta alle falde del Vesuvio, aveva composto “La Ginestra o il fiore del deserto”. Vi compare una simbologia potenziata, per sconfiggere gli errori degli uomini ipocriti e vigliacchi. E un’allusione, in chiave metaforica, all’indole deleteria delle valanghe fluide di lava infuocata, che tutto distruggono scendendo lungo la costa del vulcano.

Ed ecco lo “scatto” della poetica leopardiana:

«E quell’orror che primo / Contra l’empia natura / Strinse i mortali in social catena».

La “social catena” è la solidarietà tra esseri umani. Ebbene, i versi di Mapi, del suo libro “Le scale del tempo”, sono alleati con le Famiglie SMA nella lotta solidale contro un male fisiologico, la cui pericolosa patologia, se non viene debellata dalla medicina, colpisce le vittime sino ad annientarle.

Volendo accogliere il linguaggio figurato di Leopardi, le ricopre di una sorta di lava immateriale, nefasta, in grado di immobilizzarle, come chi si trovasse imprigionato dentro una roccia.

Eppure Mapi scrive:

«Voglio conversare tutta la notte con il selciato / far sgorgare la poesia dalle pietre. / Il cielo piangerà / ma non mi preoccupo / il vento consumerà il mio cuore / ustionato dall’amore».

La poetessa si identifica con il coraggio di questo fiore leopardiano, con la ginestra che cresce sulla lava raffreddata e solida. E tra le righe di “Quando sarà il momento”, prevede:

«Quando sarà il momento / seppellirò il mio viso sereno / diffonderò l’ombra sul mio essere / la farò gocciolare come dolce miele / affinché riemerga, / quella donna che ha serbato in me».

In analogia al cespuglio giallo oro e profumato, dotato dell’energia di nascere sull’arido deserto, Mapi evoca un fiore “malinconico”, e gli dedica un intero brano:

«Malinconico fiore / Mentre l’alba lentamente / tinge di rosa il cielo / e il giorno si sveglia, / nei miei occhi il buio / e nel cuore una lunga notte / colma di appassionato silenzio. / Ti cerco, / malinconico fiore / del mio ricordo! / Nel mio limbo / aspetto il tuo sorriso! / Dove sei? / Dove ti nascondi? / Ti cerco nei miei sogni, / nella mia realtà perduta / tra le mie stelle / e i miei cieli / e vedo solo ombre. / Ho capito che ormai / non ti troverò più».

Mapi lo ha trovato, invece, nelle sue stelle, forse in una remota attinenza alla classe di referenze leopardiane, inconscia però universale, quando il poeta di Recanati la descrive così:

«del numero infinite e della mole, / Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle / O sono ignote, o così paion come / Essi alla terra, un punto / Di luce nebulosa»

Anche noi, insieme a Mapi, alle Famiglie SMA, agli editori e a tutti voi, dobbiamo condividere la coraggiosa e ostinata speranza di Leopardi sulle «magnifiche sorti e progressive». Nella “Ginestra”, contava sul «generale progresso dell’incivilimento», nonostante l’epigrafe riportata, tratta dal Vangelo di Giovanni, fosse di tutt’altro tono: «E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce». Una simile fiducia non risiedeva nell’individuo, bensì nella moltitudine, ovvero nel popolo e nelle virtù, sfociava in un enunciato di concordia e assistenza tra di noi, per un progredire della condizione dell’umanità.

Tuttavia, il primo passo è sempre stato quello dell’amore dell’uno nei confronti dell’altro. Giacomo lo sapeva, quando dedicava celebri versi alla contessa fiorentina, l’amata Fanny Targioni Tozzetti. L’inizio del “Pensiero dominante” è appunto sotto la sigla dell’amore, anche se la parola non viene nominata:

«Dolcissimo, possente / Dominator di mia profonda mente; / Terribile, ma caro / Dono del ciel; consorte / Ai lùgubri miei giorni, / Pensier che innanzi a me sì spesso torni / Di tua natura arcana / Chi non favella? il suo poter fra noi / Chi non sentì?».

Neanche Mapi, da parte sua, scrive la parola “amore”. Ma gli riserva un’intera poesia, “E penserò a te”, dove, tra l’altro, ricorre l’immagine del “suo” vulcano a Tenerife, il Teide, sulla cui vetta cresce la Retama, una ginestra dai fiori bianchi:

«Penserò a te / quando sentirò il vento / urlare nelle mie orecchie. / Guarderò il mare / e penserò a te / mentre i suoi colori / penetreranno nei miei occhi / e nell’aria / si spanderanno profumi esotici. / Penserò a te / quando vedrò il cielo turchino / riflesso / sulle nere e levigate rocce del Teide, / e ancora / quando vedrò la luna piena / e sentirò i tuoi pini cantare per lei / mentre la nostalgia si impadronisce di me».

Anche gli amori illusori – al pari della passione di Leopardi per Fanny – hanno in sé una loro onnipresenza della stirpe umana. È sempre del “Pensiero dominante” la domanda:

«Quale affetto non cede? / anzi qual altro affetto / se non quell’uno intra i mortali ha sede? / Avarizia, superbia, odio, disdegno, / studio d’onor, di regno, / che sono altro che voglie / al paragon di lui? Solo un affetto / vive tra noi: quest’uno, / prepotente signore, / dieder l’eterne leggi all’uman core».

Nel testo “Come le rose di maggio”, Mapi scrive:

«La canzone / di un amore impossibile, / irriducibile… / riaccende i ricordi. / Mi lascio trasportare / in riva al mio sentire, / nel mondo dei sogni, / dove si nascondono / i sentimenti / e la razionalità non esiste. / Questo cuore va, / senza briglie, / né schemi / come eterno bambino / corre, salta / e s’inebria d’amore / ma, sconsolato e impotente, / cede al dolore, / alla sofferenza. / Si sente giovane e forte, / ritornano le speranze / e il desiderio di riaprire all’amore / accende l’anima / di colori e fragranze. / come nei rovi / le rose di maggio!

Per fortuna, con Mapi l’amore è ancora un complice privilegiato nel costruire uno scambio reciproco di solidarietà, rispetto, purtroppo, a quanto non è invece accaduto a Leopardi. Nel canto “A se stesso”, il poeta non ha dubbi:

«T’acqueta omai. Dispera / L’ultima volta. Al gener nostro il fato / Non donò che il morire».

Il discorso sull’amore, reale o pensato, in corso oppure irraggiungibile, desiderato o respinto, si ritrova infine nelle parole di Mapi. La poesia si intitola “Preghiera”:

«Nelle notti scure / urlo il tuo nome / che risuona / più lontano delle stelle / e mi sento vuota, / vuota di emozioni / vuota di passioni! / Il mio cuore, / come un orologio pazzo / scandisce antiche ore, / ormai morte. / Oh se potessi / sfogliare la vita! / Ogni pagina / più lontana delle stelle / più lontana della luna. / Perché / questo mio cuore non si arrende? / Perché / la mia anima / suona ore ormai morte? / Tu / che sei cuore e anima, / cielo e terra, / acqua e sole, / tienimi sul tuo cuore / e mentre sfoglio la luna / con le dita, / donami l’amore».

Il resto è ora nelle nostre mani.

Cinzia Baldazzi, critico letterario

Le foto della presentazione sono qui.

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