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Stefano Bardi su Jesi ieri di Marco Bordini

Poesia e Società, anzi Letteratura e Società. Un legame che già dai primi anni Sessanta si sviluppò in Italia, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui veri e propri corsi universitari s’intitolano Sociologia della Letteratura e che, per l’appunto, studiano la passata e odierna società attraverso il pensiero di rilevanti intellettuali. Un legame che ancora oggi da molti è visto esclusivamente come retaggio della letteratura nazionale, ma così non è, poiché anche la letteratura locale può darci insegnamenti e indicarci giuste strade per la nostra esistenza, proprio come dimostra una significativa firma dello scenario culturale marchigiano: il poeta Marco Bordini.

Nella sua opera omnia Jesi ieri (edito da Le Mezzelane nel 2016 e con prefazione a cura di Lorenzo Spurio), composta da un Dizionario, da pillole sulla scrittura vernacolare, da poesie, da arcaiche parole vernacolari e da proverbi vernacolari, quello che più colpisce l’attenzione è la sezione dedicata alle poesie. Liriche composte dal maestro Bordini, attraverso il vernacolo jesino che può essere concepito come un linguaggio colmo di elisioni, pause, ancestralità, primordialità e intensità, ma anche e soprattutto uno strumento di forte comunicazione, poiché attraverso la sua purezza è in grado di arrivare più facilmente ai cuori. Parimenti esso è utile per trasmettere anche messaggi etici, sociali e umani. In particolar modo tre sono le poesie, che colpiscono di più l’attenzione, che sono: “Migranti”, “Drogado” e “Ave Maria”.

 

La prima lettura muta la poesia “Migranti”, in un componimento civile, dove il lessema civile simboleggia l’ossequio, la “venerazione” e la protezione dell’altrui esistenza qui identificata con l’esistenza, degli espatriati. Donne, uomini, e bambini che partono, anzi fuggono, dalle loro terre colme di sangue e povertà per risorgere all’interno di una nuova terra da loro concepita come una sorta di paradiso. Gli espatriati bordiniani non sono unicamente carne da macello, ma anche una classe sociale con i suoi diritti e doveri, che è ben decodificata dall’autore attraverso il tema del viaggio.

La seconda lettura è prettamente di stampo etico-esistenzialistica, poiché gli espatriati bordiniani simboleggiano a loro volta gli uomini, i quali a loro volta sono incessantemente alla ricerca di una luce salvifica, piombati nella loro uggiosa esistenza giornaliera. La terza lettura è di stampo prettamente mistico-religioso, poiché riguarda il mare. Un mare, quello bordiniano, che può giustamente essere correlato al Padre Celeste perché com’esso abbraccia e ama gli spiriti dei buoni, dei gentili, ma allo stesso tempo castiga i bastardi e i figli di Satana, facendoli addormentare nelle sue cieche e tenebrose profondità.

Nella quarta e ultima lettura, il Bordini ci insegna che, fra tutti gli espatriati che lasciano le loro terre, non ci sono solo folli terroristi e stupratori senza cuore, ma anche donne, uomini e bambini che in ginocchio e con le lacrime agli occhi, chiedono un pezzo di pane per sfamarsi e una coperta per coprirsi nelle notti invernali. Una lettura che trasforma questa stupenda lirica in un componimento antifascista e antirazzista.

 

Nella lirica “Drogado” non si evince un disprezzo verso la figura del drogato, bensì la considerazione del disagiato quale una persona normale, come un fratello che ha bisogno del nostro aiuto. Una poesia dal profondo messaggio etico, poiché insegna come tutti dovremmo agire verso coloro che per un’indecifrabile ragione decidono di sballarsi con la cocaina, l’LSD, gli acidi e le altre droghe d’uso comune. Questa lirica bordiniana fa capire che la nostra e altrui esistenza può migliorare solo attraverso la compassione e la fratellanza, ingredienti necessari per poter sconfiggere ogni tipo di emarginazione sociale, o almeno tentarci.

Una poesia “Ave Maria”, che al pari delle versioni classiche composte da Schubert, Gounod, Verdi, Rossini e al pari di quelle moderne scritte e cantate da Fabrizio De André, Renato Zero, e Albano Carrisi, condivide il medesimo messaggio universale della pace, della fratellanza, della compassione, e della benevolenza fra gli Uomini.

 

Non dimentichiamoci però dei bellissimi testi “Jesi mia” e “Jesi de ‘na ‘olta”, in cui il maestro Bordini ci mostra la Jesi passata, ovvero quella in bianco e nero. Queste due poesie del Bordini, possono essere definite come antropologiche, poiché rappresentano la Jesi con le sue vetuste radici, le sue strade e vie animate da selvaggi fanciulli nelle sere primaverili, i suoi balli e canti estivi, e con i suoi profumi e sapori. In poche parole, la Jesi del poeta jesino-chiaravallese, simboleggia il cambiamento, l’evoluzione, e la lotta tra le accecanti allucinazioni mistiche e le brumosità spirituali. la Jesi passata, ovvero quella in bianco e nero. Queste due poesie del Bordini, possono essere definite come antropologiche, poiché rappresentano la Jesi con le sue vetuste radici, le sue strade e vie animate da selvaggi fanciulli nelle sere primaverili, i suoi balli e canti estivi, e con i suoi profumi e sapori. In poche parole, la Jesi del poeta jesino-chiaravallese, simboleggia il cambiamento, l’evoluzione, e la lotta tra le accecanti allucinazioni mistiche e le brumosità spirituali.

 

Un libro, quello del poeta jesino-chiaravallese Marco Bordini, da avere a tutti i costi nelle proprie librerie e da leggere nelle notti invernali innanzi a un camino acceso ai propri figli e nipoti, poiché leggere il vernacolo jesino del maestro Bordini, significa viaggiare in magici universi paralleli!

 

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